
I grandi temi collettivi di quest’epoca sono figli dei cambiamenti molteplici e frenetici che il ventunesimo secolo sta consumando davanti agli occhi stravolti di un mondo che fa sempre più fatica a trovare punti di riferimento credibili ed hanno, tutti, una grande risonanza psicologica. Tutte le persone, oggi, sono costrette ad affrontare trasformazioni rilevanti e continue della loro organizzazione di vita. La precarietà delle relazioni, la fluidità degli assetti identitari, la mutevolezza delle regole sociali, che in passato declinavano i loro effetti in tempi tali da consentire alla cultura di adeguarvisi, oggi producono trasformazioni rapidissime ed ineludibili da chiunque, mettendo in crisi le regole e i costrutti sociali che si sono costituiti attraverso generazioni.
I nuovi e straordinari processi di interdipendenza legati all’accelerazione dei processi di globalizzazione hanno moltiplicato le connessioni tra le persone ma hanno attenuato i legami; le moderne, mirabolanti e immediate possibilità di scambio hanno facilitato il confronto ma hanno reso precari i riferimenti sociali. Questi processi, attivi da almeno un trentennio, paiono ora ricadere direttamente sui singoli senza la mediazioni di agenti collettivi, sempre più deboli e incerti loro stessi sotto i colpi delle trasformazioni in essere. Di fronte a queste trasformazioni le istituzioni, i gruppi sociali di appartenenza, la cultura dominante non sono più d’aiuto, non riescono cioè a dare – come avveniva in passato – supporto ai singoli per orientare le loro risposte al cambiamento. Le principali istituzioni – lo Stato, la Chiesa, i Partiti – sono infatti tutti in grande difficoltà nel proporre soluzioni ed indirizzi ad un mondo che cambia così rapidamente da non riuscire a costituire alcun solido substrato culturale.
Il senso di stordimento e di allarme si rispecchia nei vissuti quotidiani di ognuno. L’aumento del disagio psicologico – non necessariamente della psicopatologia – è uno dei precipitati di questa costellazione di situazioni. E intorno a questo disagio-che-non-è-(ancora)-psicopatologia si strutturano, oggi, le nuove sfide per la Psicologia professionale. Essere capace di essere a fianco delle persone (ma anche dei gruppi, delle comunità, delle organizzazioni) per supportarle nel far fronte ai cambiamenti di struttura e di priorità nella società è la sfida ineludibile per la Psicologia di questo secolo.
I nuovi temi con i quali la Psicologia professionale è chiamata a confrontarsi sono, quindi, in buona parte temi di ordine non prettamente clinico, per i quali però la competenza clinica – intesa come capacità del professionista Psicologo di porre differenziazioni e di individuare percorsi di uscita dalle difficoltà sulla base di una compiuta ricognizione dell’implicito contenuto nella richiesta di intervento – è fondamentale per orientare le persone e le organizzazioni ad uno sviluppo “equilibrato“.
La sfida principale per la Psicologia professionale, ora, appare essere quella di “aiutare ad affrontare i problemi normali“, le trasformazioni – a volte evidentemente drammatiche, a volte apparentemente banali – che ogni giorno sono di fronte a ciascuno e che corrispondono a cambiamenti costitutivi degli assetti sociali, a trasformazioni epocali, tra l’altro, nella organizzazione delle famiglia, delle relazioni amicali, del lavoro. Questi elementi strutturanti l’identità sono diventati, negli ultimi vent’anni ed in maniera ancora più drammatica negli anni più recenti, elementi strutturalmente fragili e questa loro fragilità caratterizza sempre di più il modo di stare al mondo di tutte le persone. Il lavoro degli Psicologi può quindi essere utilmente orientato a sostenere il complesso percorso di cambiamento delle persone alle prese con l’incertezza e la mancanza di punti di riferimento stabili, condizioni immanenti alla società contemporanea.
Il rischio che corre la Psicologia professionale di fronte a questa complessità è che la possibilità di “essere a fianco” alle persone assuma automaticamente la forma di un’offerta di Psicoterapia anche laddove la cura c’entra poco ma si chiede, invece, un supporto competente nell’affrontare passaggi quotidiani. Questi passaggi hanno a che fare, sempre di più, con questioni concrete dalle profond
e implicazioni relazionali e identitarie, difficili da gestire soprattutto perchè le soluzioni per esse devono essere inventate creativamente da ognuno, venendo ora a mancare costrutti sociali “forti” che siano in grado di orientare le scelte; hanno a che fare con il costruirsi, disfarsi e ricrearsi delle relazioni familiari e di quelle lavorative; con l’integrazione delle diversità (culturali, economiche, di provenienza, di genere); con le necessità di accudimento delle persone con cui esiste un legame affettivo (figli, partner, genitori) in un’epoca in cui non sembra esserci più tempo per dedicarsi agli altri; con la definizione delle proprie priorità; con la gestione del tempo e della solitudine; con le scorciatoie della dipendenza, dell’estremismo, dell’egoismo sempre più facili da imboccare. Questi passaggi richiedono la disponibilità di una Psicologia professionale che ne sappia cogliere, con modalità operative nuove ed in linea con i mutamenti sociali in essere, gli aspetti potenzialmente evolutivi ma anche la problematicità, il disorientamento e lo sconforto che portano alle persone comuni. Si tratta di una Psicologia a cui si chiede una grande competenza professionale ma contemporaneamente una grande flessibilità e la capacità di essere fortemente in contatto con le trasformazioni continue di questo secolo senza snaturarsi. Deve anche essere disposta ad impegnarsi in processi di accompagnamento, di consulenza e di tutoraggio alle persone che affrontano transizioni senza sentirsi obbligata alla proposta di classici setting Psicoterapeutici. Ed anzi, una volta di più, il metallo prezioso della Psicoterapia, nobile discendente dell’oro puro di cui Freud aveva già profetato, sembra doversi oggi legare a materiali moderni, figli della tecnologia, con cui realizzare prodotti più versatili e efficaci e – perchè no – economici.
Il fatto che la Psicologia abbia finora in gran parte rinunciato a quella parte dell’attività professionale che ha a che fare con il supporto ai processi normali di adattamento e di evoluzione ha, peraltro, lasciato campo libero a pseudo professioni di matrice latamente psicologica che, senza alcuna competenza circa la comprensione e il contenimento del disagio comunque immanente a qualsiasi richiesta di consulenza, si propongono per una cieca (e bieca) proposta di benessere-a-tutti-i-costi, con l’evidente rischio di spingere le persone verso un edonismo senza senso, incapace di tener conto delle difficoltà vissute nello sforzo di raggiungere quell’equilibrio che struttura la salute psicologica e che è messo in continua discussione dai rapidi cambiamenti sociali della contemporaneità.
Per la Psicologia professionale pare, quindi, sempre più necessario saper superare le rigidità (di ruolo, di setting, di modellistica) riuscendo ad affiancare le competenze cliniche con quelle necessarie per sviluppare le qualità migliori delle persone e, sempre di più, coniugare la capacità di individuare i malfunzionamenti con quella di sviluppare i talenti, la creatività, l’intelligenza. Si rassegnerebbe ad un ruolo di retroguardia, di conservazione di un passato glorioso la Psicologia che, oggi, abdicasse al proprio mandato di prevenzione e promozione della qualità di vita ed intervenisse solo per riparare i danni prodotti dall’attuale modus vivendi quando si sono consumati.


Ersindo
Ott 10, 2016 -
Caro Felice
Condivido la tua analisi.
Tu identifichi chiaramente lo “iato” che ha consentito il costituirsi di pseudo professioni che con frettolosa formazione ha cercato di rispondere ad una domanda reale e crescente.
Quest’area dei commenti non basta per rendere conto delle cause. Non per fare la solita sterile critica ma per individuare modi per ridare alla psicologia e agli psicologi lo spazio operativo e vitale che é proprio di una psicologia che nn deve più essere costretta a tutelarsi ricorrendo al giudizio formale ma a quello del “cliente”.
Conto di tornare presto sullo sviluppo che le tue riflessioni possono avere.
Ersindo