Ho cominciato a lavorare in Reverie nel 1990, appena laureato.
All’epoca Reverie era un’Associazione senza fini di lucro che gestiva una pioneristica comunità psicoterapeutica per pazienti psichiatrici molto gravi nella campagna romana.
Questi anni hanno portato Reverie ad essere un’entità federativa che opera per la terapia e la riabilitazione in Psichiatria attraverso tre Comunità Terapeutiche ed un Centro Diurno tra Roma e provincia mantenendo, comunque, un assetto orientato in senso psicoterapeutico e sperimentale.
Al centro dell’intervento terapeutico-riabilitativo secondo il “Modello Reverie”, applicato nelle Comunità Terapeutiche, viene posta la relazione operatore-paziente e si cerca, evitando le connotazioni sanitario-ospedaliere, di creare un clima (simil-familiare) di intimità e prossimità affettiva.
“L’affido terapeutico“, specifica modalità operativa dei programmi della Reverie, è centrato, infatti, sul prendersi cura globalmente della persona in cura accogliendone, da un lato, la parte infantile e bisognosa di dipendere, dall’altro facendo leva sulle sue capacità di espressione adulta.
Le persone che compongono sia lo staff che gli organi di gestione delle Comunità Reverie sono per la maggior parte Psicologi con una specifica esperienza e formazione Psicoterapeutica. Questo ha fatto si che la proposta di cura di Reverie fosse costantemente rivista ed elaborata da un versante attentissimo all’interazione tra costrutti psicologi e costrutti sociali.
Per quanto l’intero programma di comunità teraputica “Reverie” sia complessivamente strutturato per sostenere le funzioni di presa in carico globale, esse sono principalmente concentrate sull’”Operatore di Affidamento”, il professionista incaricato della presa in carico affettiva ed operativa del singolo ospite in cura.
Nella quotidianità la Funzione di Affidamento viene condivisa dall’Operatore con una piccola equipe di colleghi, che nel suo complesso garantisce la disponibilità continua di una figura di riferimento per l’ospite.
Nelle comunità Reverie la funzione centrale del processo terapeutico-riabilitativo di comunità, la relazione tra Operatore e Persona in cura, si esplica attraverso la piena condivisione della quotidianità.
È primariamente l’Operatore si occupa dell’Ospite con tutti i suoi bisogni: ne segue la cura personale e dell’ambiente, la preparazione e il consumo dei pasti, l’assunzione della terapia farmacologica, la partecipazione alle attività espressive, lavorative, ludiche e socializzanti, i rapporti con gli altri ospiti e gli altri membri dell’équipe della comunità, con la famiglia e l’equipe dipartimentale inviante proponendosi, nella fase iniziale del percorso di comunità dell’ospite, come “Io ausiliario”, in seguito come “sostegno all’Io” ed infine come “modello di identificazione”.
Pensare alle “dimissioni”, all’uscita della persona in cura dalla Comunità Terapeutica in un contesto di intensa affettività e coinvolgimento nel rapporto, quale quello che si crea in Reverie, non è per niente semplice per gli Operatori, sia sul piano controtransferale che su quello operativo. Su questo aspetto della cura residenziale, la sua conclusione, ho concentrato la mia attenzione e da molti anni mi occupo proprio di organizzazione, supervisione e verifica dei programmi di uscita dalla Comunità Terapeutiche.
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