CONSIDERAZIONI SU DIMISSIONI ED ESITO DEL TRATTAMENTO DI COMUNITÀ

L’importanza di una programmazione specifica e attenta della fase di uscita dalle strutture residenziali di cura in psichiatria è sostenuta, oltre che dall’esperienza di chi ci lavora, dai risultati di una interessante ricerca a cui ho partecipato qualche anno fa, condotta in collaborazione fra 12 Comunità Terapeutiche del Lazio (tra cui le tre Comunità Reverie) e sostenuta dal Coordinamento Informale delle Comunità Pubbliche e Private e dalla Cattedra di Psichiatria della Seconda Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza.

Si è trattato di un Progetto Pilota centrato su un disegno test – retest ad un anno di distanza dei pazienti inseriti in forma residenziale nelle Comunità coinvolte (qui l’abstract della ricerca:

http://www.fioriti.it/riviste/riassunto.php?PHPSESSID=4367271ba6cc77c320f1254e0ce07e6d&idRivista=62&idArticolo=338 ).

1460278430Attraverso la somministrazione di una batteria composta da numerosi test e questionari, selezionati con lo scopo di rilevare la situazione psicopatologica, il funzionamento globale, la gravità percepita di malattia, la qualità della vita, il rendimento intellettivo, il profilo di personalità, la ricerca intendeva individuare le peculiarità degli outcome del trattamento in Comunità Terapeutiche dei pazienti psichiatrici gravi nonché l’utilità di specifichi protocolli di validazione e verifica degli esiti.

Questa ricerca, peraltro unica per numero di soggetti coinvolti e complessità del disegno operativo, ha prodotto una gran mole di interessanti ma il dato centrale emergente è il rilievo del miglioramento delle prestazioni cognitive dei pazienti inseriti in Comunità, rilevato dal netto avanzamento dei punteggi di Quoziente di Intelligenza (Q.I.) Totali, di Performance e Verbali misurati dal test WAIS-R (il test fondamentale per il rilevamento del Quoziente di Intelligenza negli adulti).

Il miglioramento dei Q.I. è determinato, in maniera più specifica, dal miglioramento significativo delle prestazioni in diversi subtest dello stesso WAIS (Informazione, Ricostruzione di figure, Riordinamento di storie figurate) e in alcuni quozienti fattoriali (Organizzazione percettiva, Intelligenza Fluida), che avvalorano l’ipotesi che l’intervento di Comunità Terapeutica sostenga nei pazienti una complessiva riorganizzazione cognitivo-percettiva, più adeguata al confronto con la realtà.

1460279750Mi sembra particolarmente importanza che nella ricerca si siano rilevati alcuni risultati in controtendenza rispetto ai rilievi di cui sopra. In particolare, nel sottogruppo di pazienti che al principio del periodo di osservazione mostravano un funzionamento globale migliore (con un punteggio alla scala GAF >50) e nel sottogruppo dei pazienti che erano in trattamento da più di due anni si è rilevato – assieme al miglioramento del rendimento intellettivo globale (misurato dal Q.I.) dovuto principalmente a incrementi significativi dei punteggi nei subtest più indicativi della capacità di organizzare ed elaborare gli stimoli in maniera più conforme alla realtà – un decremento nelle scala WAIS di “Comprensione”.

Il Subtest di “Comprensione” dà una misura della capacità di giudizio in situazioni governate dal buon senso comune, dalle regole e ruoli sociali condivisi dalla società organizzata; implica la generalizzazione e l’applicazione di informazioni pratiche secondo modi di comportamento socialmente accettabili (Orsini, Laicardi, 2001).

Il leggero ma significativo cedimento in questo subtest, che è quello più strettamente connesso alla comprensione delle regole sociali nel WAIS-R , sembra delineare una sorta di “effetto collaterale” del trattamento in Comunità: porterebbe a pensare che coloro che hanno competenze più elevate (rilevate dal maggior punteggio GAF) e coloro che restano in trattamento residenziale più a lungo, pur migliorando notevolmente la loro capacità di gestire stimolazioni complesse e di risolvere problemi nuovi, tendono a perdere una parte della loro competenza sociale.

Probabilmente ciò è collegabile alla necessità, in comunità, di adattarsi a regole di convivenza particolari, centrate in genere sulle regole già delineate da Rapoport (tolleranza, democraticità, condivisione comunitaria, confronto con la realtà), che non sono completamente sovrapponibili a quelle dominanti nella società esterna alla Comunità Terapeutica.

Questi dati danno sostegno scientifico alla necessità, da sempre percepita dai clinici impegnati nelle Comunità Terapeutiche, di programmare attentamente e sostenere adeguati percorsi di uscita dalle Comunità che accompagnino le persone curate nella presa di contatto con le complessità crescenti della società contemporanea, evitando dimissioni repentine che esporrebbero i pazienti al confronto con una strutturazione della società a cui la comunità terapeutica, proprio nel compiere la propria missione di “società curante” separata dalla quotidianità, li ha ulteriormente disabituati.